Una battaglia epocale contro la riforma pensionistica francese

Gli scioperi in corso in Francia contro la riforma delle pensioni, iniziati il 5 dicembre, non si sono fermati per le feste e non accennano a smettere, facendo ad oggi di questa mobilitazione la più lunga della storia francese da quella del maggio ‘68. I sindacati, a partire dalla CGT alla testa del movimento seguito da Force Ouvrière, FSU, Solidaires, Unef e UNL, hanno appena annunciato di voler continuare in maniera ancor più ostinata le proteste e proclamato un nuovo sciopero interprofessionale su larga scala, a partire dal 9 gennaio.

Qual è dunque il contenuto di questa riforma che sta suscitando proteste così accanite ed è avversata con tanta determinazione?

La riforma

Il sistema pensionistico francese è un sistema contributivo (le pensioni sono proporzionali ai contributi versati durante la carriera lavorativa) a ripartizione (i contributi dei lavoratori attivi pagano collettivamente le pensioni correnti in una logica di solidarietà intergenerazionale). Il sistema conta diversi regimi pensionistici a seconda che il lavoratore appartenga al settore privato o pubblico, che sia un lavoratore dipendente o autonomo; a questo si aggiungono i cosiddetti “regimi speciali” (per i lavoratori della compagnia ferroviaria SNCF, della società che gestisce la metropolitana RATP, della Comédie française, della Banque de France; per i lavoratori delle industrie elettriche e del gas; i minatori, i marinai etc.). In totale si hanno 42 regimi: schemi con regole proprie che si adattano alle specificità delle differenti categorie professionali. Si accede alla pensione attraverso un calcolo dei trimestri lavorati e per decidere l’importo viene considerata la media dei migliori 25 anni di carriera per il privato e degli ultimi 6 mesi per il pubblico. L’età pensionabile è di 62 anni (tra i 52 e 57 per alcuni lavoratori appartenenti ai regimi speciali) e l’ammontare della pensione è in media di 1.422 euro lordi mensili. Ciò garantisce un buon tenore di vita, certificato dal fatto che il rischio povertà per i pensionati in Francia è il più basso in Europa col 7%.

Il governo vuole riformare questo sistema differenziato e sostituirlo con un sistema unico detto a punti. Il pretesto sarebbe la complessità di gestione, i supposti “privilegi” di cui godrebbero certe categorie di lavoratori rispetto ad altre e del deficit che peserebbe sulla “Securité sociale”. Tuttavia non è difficile intuire – ed è questo il cuore della critica dei sindacati e della sinistra – che si assisterebbe sì, forse, a una semplificazione del sistema, ma al prezzo di un sicuro livellamento verso il basso di tutte le pensioni.

Tecnicamente, il governo propone un progetto di riforma in cui i contributi pensionistici dei lavoratori vengano convertiti in punti di pensionamento e assegnati secondo la stessa formula per tutti. La relazione Delevoye (dal nome del relatore della riforma, ora dimessosi) propone come esempio nelle sue prime stime preparatorie di assegnare un punto ogni 10 euro di contributi e quindi di convertirli secondo un’unica regola di calcolo, che sarebbe di 5,50 euro di pensione all’anno ogni 10 punti. Pertanto, un lavoratore accumula punti durante la sua carriera in un conto individuale, ed è in base a ciò che la sua pensione verrà infine calcolata quando smetterà di lavorare. In funzione del valore del punto, il “capitale virtuale” accumulato si trasformerà in una pensione grazie a un “coefficiente di conversione”. Il nuovo sistema si applicherebbe a partire dai nati dal 1975, e benché l’età pensionabile rimanga a 62 anni, per incitare i francesi a lavorare più a lungo, viene introdotta la cosidetta “età di equilibrio” a 64 anni accompagnata da un meccanismo di bonus-malus: dal 1 gennaio 2022, sarà applicato un malus a coloro che vanno in pensione prima di questa età; coloro che scelgono invece di continuare a lavorare, al contrario, avranno diritto a un bonus del 5%.

Le critiche dei sindacati

Per i sindacati e la sinistra, un tale sistema determinerà un sensibile abbassamento dell’ammontare delle pensioni poiché i regimi speciali saranno soppressi e il calcolo degli importi modificato, spalmandolo sull’intera carriera lavorativa (non ancorandolo dunque ai migliori anni di stipendio). Inoltre la questione del valore dei punti, cruciale per determinare gli importi, rimane vaga: chi gestirà il sistema? In che modo e secondo quali criteri? Quali controlli? Poche le certezze, ma a quanto pare tale valore sarà modificabile ogni anno sulla base di parametri principalmente legati alla disciplina finanziaria – in modo da rendere possibile ritoccare il valore dei punti a seconda delle necessità di bilancio. La paura dei sindacati è che i governi avranno mano libera nella gestione delle pensioni in base a contingenti vincoli di bilancio – essi stessi posti in maniera antidemocratica, come aggiustamenti unilaterali degli Stati alle esigenze dei monopoli finanziari, i “mercati” – a scapito del potere di lotta, negoziazione e controllo da parte degli organismi sociali e sindacali.

Ciò impedirebbe al lavoratore di prevedere anzitempo con certezza l’importo, che sarebbe possibile valutare solamente alla vigilia della pensione. Si introduce dunque, anche a livello della previdenza, un elemento di precarietà già presente nel codice del lavoro in seguito alla recente riforma in senso antioperaio (la Loi Travail, che scatenò grandi proteste tra il 2016 e il 2018). Una precarietà e incertezza che inciterebbe a lavorare più a lungo nella speranza di poter percepire un ammontare soddisfacente. Il lavoratore navigherebbe a vista senza la sicurezza di una pensione sufficiente, i sindacati temono che ciò significhi dover lavorare più a lungo per una pensione comunque più bassa di oggi. A rafforzare questo quadro a tinte fosche, non rassicura poi la “regola d’oro” annunciata nelle prime comunicazioni dall’estensore del progetto, che prevederebbe un blocco delle risorse del sistema pensionistico ai suoi livelli attuali, il 14% del PIL. Il problema è che il numero di pensionati aumenterà di oltre un terzo entro il 2050. Se le entrate del sistema saranno congelate, il livello delle pensioni sarà quindi adeguato al ribasso.

Proprio questa precarietà e incertezza – associate tuttavia alla certezza che si voglia circoscrivere la parte di ricchezza nazionale destinata alle pensioni e quindi allo stato sociale – sarebbe il viatico all’apertura totale del sistema pensionistico alle assicurazioni private e ai fondi d’investimento, spianando la strada a un sistema a capitalizzazione sempre più spinto (modello USA dei fondi pensione), veicolo perfetto per sfaldare i rapporti solidaristici impliciti nel sistema attuale collettivo per ripartizione e alimentare così i mercati finanziari del risparmio dei lavoratori francesi. Prova ne sarebbe, secondo gli oppositori, la posizione delle principali società finanziarie di investimento a sostegno della riforma.

Le preoccupazioni dei sindacati sono tutt’altro che campate per aria: in Svezia e Germania, dove da anni è stato introdotto un analogo sistema a punti, la povertà è esplosa tra i più anziani e la riforma ha spinto gran parte della popolazione a lavorare sempre più a lungo per garantire uno standard di vita men che decente. Solo in Belgio un grande movimento sociale è riuscito nel 2018 a impedire il varo di una riforma simile nel paese, benché abbiano dovuto ingoiare il rospo dell’allungamento dell’età pensionabile da 62 a 67 anni. Una tendenza internazionale è dunque all’opera, quella delle riforme strutturali, cioè controriforme antisociali, simili per ogni paese europeo anche perché coordinate dalla Commissione UE con i suoi chiari e persistenti orientamenti pro-austerità.

Lo stato delle mobilitazioni e il senso della lotta

Taglio delle pensioni future, allungamento dell’età pensionabile, preparazione della privatizzazione del sistema pensionistico. A fronte di questa offensiva, lo sciopero inizialmente proclamato dai lavoratori delle ferrovie e dei trasporti pubblici – che sono appunto tra i beneficiari di uno dei regimi speciali chiamati a scomparire con la riforma – si è diffuso a macchia d’olio: insegnanti, infermieri, impiegati delle poste e operai della compagnia elettrica statale, operai delle raffinerie, portuali. E nonostante i disagi profondi causati dalla paralisi quasi totale dei mezzi di trasporto e dalle grandi raffinerie ormai bloccate, l’opinione pubblica a maggioranza schiacciante continua a sostenere le ragioni della protesta.

Ecco allora che tutta l’attenzione è rivolta al 9 gennaio, quarta giornata di sciopero generale nazionale in cui i lavoratori francesi ribadiranno di nuovo la propria richiesta di ritiro puro e semplice della riforma. Richiesta a cui un governo sordo al malcontento popolare ed estremista ha opposto finora la consueta dose di violenza poliziesca e i grandi media il consueto scherno e la violenza verbale antisindacale degli onnipresenti commentatori liberali. L’intento è chiaro, una nuova regressione sociale si prepara per favorire i capitalisti e le grandi imprese, attraverso l’ennesimo attacco allo stato sociale e alle classi popolari, dopo l’attacco al codice del lavoro e la soppressione della patrimoniale sulle grandi ricchezze. L’obiettivo delle forze di cui Macron è espressione è quello di smantellare quel che resta delle grandi conquiste sociali conseguite dal dopoguerra ad oggi, che sono il portato della lotta di liberazione antifascista e dalla conseguente lotta di classe che vedeva i partiti comunisti e socialisti in prima linea nel creare il welfare visto oggi, in piena restaurazione liberale dopo la sconfitta del socialismo in Europa, come un ostacolo al pieno dispiegamento degli interessi del capitale e dei mercati finanziari.

L’opposizione alla riforma delle pensioni è un segno della crescente opposizione sociale contro questa strategia del capitale che penalizza pesantemente le classi lavoratrici. Ma oltre al livello sociale, è una lotta politica furibonda che è in corso: due modelli di società si scontrano, quello puramente liberale incarnato da Macron, e quello solidale e sociale incarnato dalla CGT. Macron è chiamato alla prova di quanto fece Tatcher negli anni 80, se gli scioperanti cedono, tutte le conquiste collettive saranno svendute in favore degli interessi dei grandi gruppi multinazionali e della borghesia e l’Europa sprofonderà ancor più nella restaurazione; se i manifestanti vincono potrebbe verificarsi, data la centralità di un paese come la Francia, un inizio di inversione di tendenza nei rapporti di forza sociali, dimostrando che è ancora possibile vincere contro le forze del capitalismo e che la lotta di classe paga.

Alberto Ferretti

Fonti

https://www.lemonde.fr/les-decodeurs/article/2019/12/02/reforme-des-retraites-48-questions-pour-comprendre-le-debat_6021344_4355770.html?utm_medium=Social&utm_source=Twitter#Echobox=1575653056

https://ec.europa.eu/eurostat/web/products-eurostat-news/-/DDN-20190115-1c

https://www.franceculture.fr/emissions/la-bulle-economique/retraite-a-point-une-opportunite-pour-blackrock-amundi-axa-im-bnp-paribas-asset-management-etc?fbclid=IwAR3Uzt94C-mlTFxH2mTsbqYmDZmdiJpxFFQxM58B4wk-obAtBCJq1lsO1Qk

https://www.lavoce.info/archives/62768/pensione-a-punti-perche-la-riforma-di-macron-non-piace-ai-francesi/

https://lottobre.wordpress.com/2019/12/12/come-i-lavoratori-belgi-hanno-bloccato-la-pensione-a-punti/

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