Francia 2017: tra reazione e nuova sinistra popolare

di Alberto Ferretti, Federazione provinciale di Fermo

Il risultato del secondo turno delle presidenziali francesi ci ha consegnato una situazione politica riassumibile così: una larga vittoria della destra borghese del mondo degli affari sulla destra piccolo-borghese identitaria e localista.

La prima è rappresentata da Emmanuel Macron, referente dei gruppi sociali dominanti legati al grande capitale bancario (in subordine alla destra tradizionale repubblicana che a causa delle disavventure del candidato Fillon s’è trovata spiazzata e di poco esclusa dalla corsa); la seconda da Marine Le Pen, ereditiera di successo alla guida dei nostalgici del regime di Vichy riconvertitisi in difensori della piccola produzione, del commercio di provincia, della Francia rurale, da sempre reazionaria e fragilizzata dalla globalizzazione finanziaria.

Marine Le Pen ha cavalcato opportunisticamente il malessere sociale, cercando di dargli un’impronta razzista in linea con le ossessioni identitarie del vecchio Front National, sperando di prevalere grazie al voto contestatario. Presentandosi come « forza antisistema » ha attirato così anche una parte del voto operaio in particolare nelle zone deindustrilizzate del Nord, ma non ha sfondato come « previsto » dai media nella loro pervicace e strumentale opera di convincimento dell’opinione pubblica circa l’inevitabilità dell’estrema destra, in quanto« destino naturale » delle società occidentali. Finisce così doppiata dalla compagine alto-borghese che controlla economicamente e ideologicamente la vita nazionale francese, e che ha avuto buon gioco ad amplificarne il pericolo, integrando certuni elementi ideologici – protezionismo, xenofobia, religione – nel discorso di massa per spostare sempre più destra lo spettro politico del Paese.

Il risultato complessivo dei due turni ha dimostrato così che la destra identitaria non è mai stata un pericolo reale, semmai uno spauracchio usato con abilità per far vincere i partiti del Capitale, e il suo personale politico, altrimenti completamente screditato agli occhi della popolazione. Nonostante la sovraesposizione mediatica del discorso anti-immigrazionista e sicuritario che alimenta il brodo di coltura del lepenismo (e della parallela necessità del ceto politico tradizionale di legittimarsi come protettore della «Repubblica contro gli estremismi»), il Front National ha sì raggiunto il massimo dell’espansione elettorale possibile nelle condizioni storicamente più favorevoli alla sua vittoria, ma sostanzialmente la sua progressione si è fermata (1). Ora il partito o si trasforma o ritorna nelle secche del minoritarismo urlato, salvo a essere resuscitato dagli apparati dominanti come miglior avversario possibile alle prossime elezioni.

Al contrario, all’altra estremità dello spettro politico della classe borghese, l’oligarchia e il blocco finanziario ha consolidato con questo risultato la propria dittatura dietro la faccia pulita di Macron: si annunciano 5 anni di prosecuzione del progetto anti-operaio e anti-popolare del capitalismo revanscista neoliberista che cerca di disfarsi dalle pastoie sociali costruite nel dopoguerra nell’ambito del welfare, dei diritti dei lavoratori e dei servizi pubblici quali l’istruzione, la previdenza e la sanità.

Un programma che non farà che approfondire le fratture sociali esistenti nella società francese (ed europea, visto il grado di sviluppo relativamente uniforme dei Paesi che compongono l’Unione, e la ripercussione che i conflitti francesi avranno al livello continentale), la proletarizzazione di ampi strati della classe media e l’allargamento della miseria di massa, scandalo supremo dei ricchissimi Paesi imperialisti occidentali.

Un incubo reazionario in marcia, al quale nessuna maggioranza ha dato il proprio esplicito assenso, essendo la vittoria di Macron un’espressione combinata di rigetto lepenista, di disfattismo di certi settori riformisti di sinistra (che hanno preferito farsi irretire dalla falso antagonismo« o Macron o il diluvio »), di aderenza minoritaria al progetto liberista e malintesa ideologia nuovista di alcuni settori medio-colti. Il tutto con l’appoggio incondizionato dei gruppi sociali urbani emersi dal capitalismo più internazionalizzato e ad esso organici che hanno riversato nella campagna elettorale i milioni necessari per costruire una figura presidenziale, un prodotto, elitario e di minoranza, da offrire alle masse.

La più concreta dimostrazione di questo scollamento tra sentimento di massa e risultato elettorale è quel 37 % di elettori che tramite l’astensione, il voto bianco o nullo, ha rifiutato di esprimersi consegnando un messaggio politico chiaro: l’epoca del voto utile a favore di una delle due destre al servizio dei padroni è finita. Questo messaggio si innesta sulla vera novità di questa fase politica, che è in realtà un riflesso della novità sociale rappresentata dal movimento di massa contro la Loi Travail (e la Loi Macron) intrapreso nell’ultimo anno dalla classe lavoratrice francese.

Stiamo parlando dell’affermazione del polo di sinistra che al primo turno ha riunito più di 7 milioni di voti, attestandosi al 20%, a un’incollatura dalla destra lepenista, nonostante il boicottaggio e la demonizzazione da parte dei media. Questo polo si è riconosciuto nella figura di Jean-Luc Mélanchon (tribuno ex socialista, radicale) e strutturato intorno al Front de Gauche (Parti de gauche e PCF) e al movimento creato dallo stesso Mélanchon(la France insoumise – Francia ribelle).

Ciò che fa ben sperare non sta tanto nel fattore quantitativo dell’affermazione elettorale, bensì nel fattore qualitativo dato dalla composizione di questa nuova sinistra. Mélanchon ha infatti capitalizzato sul rigetto anti-capitalista e anti-sistema di larga parte degli strati subalterni della società francese, sfondando nel proletariato urbano con percentuali tra il 30% e il 45%: in particolare nel 19° e 20° arrondissement di Parigi (la cintura est popolare della capitale), e in tutta la Senna Saint Denis, grande e popoloso dipartimento tra i più poveri e sfruttati di Francia, enorme bacino popolare di lavori precari nei servizi, nella logistica e nelle industrie, regione delle rivolte giovanili contro la brutalità della polizia, e degli alti tassi di disoccupazione.

A Le Havre, città operaia che vive dell’attività economica generata dal porto e dal conseguente indotto, la cui classe operaia è stata in prima linea nelle lotte contro la Loi Travail. A Lille, capitale del Nord in via di deindustrializzazione e nei municipi circostanti, tra i più poveri di Francia. A Tolosa : sede della più moderna grande industria riunita intorno al consorzio aerospaziale Airbus. A Marsiglia, vero e proprio crocevia popolare e al centro di tensioni disparate; a Saint Nazère e Nantes, fulcro dell’industria navale nazionale.

Mélanchon è stato il più votato tra i disoccupati e i giovani, il secondo più votato tra gli operai, spezzando finalmente il maledetto monopolio che in Front National aveva stabilito su una parte della classe operaia abbandonata dalla sinistra riformista post ’89. In tal modo, ha sottratto ai neo-fascisti quella base sociale che credevano acquisita e con la quale pensavano di essere catapultati in testa alle elezioni. (Il 34% degli operai ha votato Le Pen, il 24% Mélanchon, il 16% Macron, il 6% Hamon, 2). Ciò è stato possibile solo grazie al movimento sociale, operaio e popolare che ha investito il Paese e messo in moto le forze vive del conflitto sociale, delineando chiaramente le linee di scontro.

In altri termini, la sinistra politica per la prima volta dai tempi del vero PCF ha riallacciato i contatti con le forze sociali di riferimento e si è dimostrata credibile per una larga parte dei settori delle classi lavoratrici e del proletariato, configurandosi come una sinistra popolare di nuova costituzione. Facendosi interprete della sensibilità di massa contro il sistema economico vigente e dell’avversione generalizzata all’apparato egemonico liberista dominante, il quale ha vinto in Francia oggi non per volontà di adesione, ma per mancanza di alternative mature e per la pressione ideologica ricattatrice dei media al suo servizio.

In questo contesto, Mélanchon ha rifiutato di adeguarsi all’ormai decaduta parola d’ordine del « fronte repubblicano » contro l’estrema destra. Parola d’ordine politicista, non sentita dagli strati popolari che aborrono e/o lottano contro le politiche messe in opera da Hollande, con l’appoggio esterno della società politica conservatrice e pro bussiness. Tale scelta salvaguarda l’autonomia futura della nuova sinistra popolare, non più disposta ad essere ancella dei partiti di riferimento dei gruppi sociali dominanti in lotta tra loro per l’egemonia civile e il comando politico del Paese.

Discorso a parte merita la passività del PCF, la cui dirigenza riformista e social-democratica non pare aver compreso appieno le potenzialità del nuovo corso popolare intrapreso dalle forze legate ai sindacati conflittuali, dall’associazionismo di base, dai settori marxisti-leninisti e organizzazioni di base del partito, dalle associazioni studentesche e giovanili di varie estrazione e ideologia. Il fronte repubblicano è morto, il fronte sociale è nato, e in vista delle legislative, con una corretta comprensione degli eventi in corso e un’unità tra le forze politiche e sociali che compongono e intendono rappresentare questo fronte, potrebbe inviare all’Assemblea nazionale un notevole manipolo di rappresentanti.

Al contempo la lotta di classe non mancherà di svilupparsi ulteriormente a partire dalle solide pratiche e nelle forme sviluppatesi ormai sul ceppo contestatario anti Loi Travail: nelle strade e nelle piazze, con gli scioperi e le manifestazioni che non potranno non scoppiare e generalizzarsi (la prima manifestazione molto partecipata della Coalizione sociale, su appello della CGT – CGIL francese, SUD – comitati di base, UNEF – sindacato studentesco, si è avuta oggi a Parigi, parola d’ordine: « lo Stato non è un’impresa » 3), vista l’intenzione da parte del nuovo Presidente di applicare le nuove e violente controriforme del lavoro, per decreto, già da questa estate. 4)

A partire dall’opposizione economico-sindacale ormai solidamente radicata, costituitasi nella fase della lotta difensiva sparsa ma diffusa contro la Loi Travail, il procedere del movimento non potrà che favorire il passaggio a una fase superiore caratterizzata da una sempre più accresciuta coscienza dei lavoratori in lotta, a una nuova spinta alla rivendicazione globale dei diritti sociali sui diritti aziendali al profitto; un’opportunità per l’affermarsi di un’articolazione positiva tra lotte sociali e battaglie politiche, che formi il blocco sociale necessario e quanto più omogeneo – tramite la ricerca di unità, organizzazione e consapevolezza di classe – per la fase di controffensiva organizzata che può prefigurare una nuova piattaforma di alternativa comunista e popolare di uscita dalla gabbia del capitalismo nella sua forma euroliberista e imperialista attuale.

 

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